Discours du Président de la Confédération suisse Guy Parmelin
New York, 22.09.2026 — High Level Week des Nations Unies. Discours de Guy Parmelin, Chef du Département fédéral de l’économie, de la formation et de la recherche (DEFR) New York, le mardi 22 septembre 2026
Signor Presidente dell’Assemblea generale,
Signor Segretario generale delle Nazioni Unite,
Signore e Signori Capi di Stato e di Governo,
Eccellenze, Signore e Signori,
la Svizzera è un Paese di montagne, di valli e di lingue diverse. Una parte della nostra storia consiste dunque nell’imparare a vivere con ciò che divide.
Non abbiamo fatto sparire le montagne. Abbiamo innanzitutto imparato a scalarle e poi a superarle.
Per questo abbiamo costruito sentieri, ponti e gallerie. E abbiamo capito che un confine naturale non è necessariamente una linea di divisione: può anche diventare un luogo di passaggio.
Questa semplice esperienza mi sembra avere qualcosa da dirci sul mondo in cui viviamo. Perché ci troviamo a un punto di svolta.
L’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale è sottoposto a forti tensioni. I conflitti si moltiplicano e si impantanano. I principi fondamentali dello Statuto delle Nazioni Unite – il divieto di ricorrere alla forza, il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale – vengono apertamente violati.
A tutto ciò si aggiungono trasformazioni che ridisegnano le nostre società: il cambiamento climatico e il moltiplicarsi delle catastrofi, le crisi umanitarie, le disuguaglianze, ma anche gli sconvolgimenti tecnologici, in particolare l’intelligenza artificiale, che spesso avanzano più rapidamente della nostra capacità collettiva di comprenderne la portata.
Allo stesso tempo, le istituzioni multilaterali devono far fronte a un numero sempre maggiore di crisi, con risorse sempre più sotto pressione e una fiducia che si sta erodendo.
Il tema di questa 81a sessione dell’Assemblea generale – «Ripristinare la fiducia, governare il cambiamento, restituire alle Nazioni Unite la capacità di agire a beneficio di tutti» – riassume con chiarezza il compito che ci attende: ristabilire la fiducia, gestire i cambiamenti e dimostrare, con risultati concreti, che la cooperazione rimane possibile.
Questa erosione della fiducia va ben oltre l’ambito della pace e della sicurezza.
La vediamo all’opera anche nell’economia mondiale.
Il protezionismo avanza. Catene di approvvigionamento costruite in decenni di interdipendenza si riorganizzano o si frammentano a causa delle tensioni geopolitiche. L’ordine commerciale multilaterale è sempre più fragile e l’Organizzazione mondiale del commercio non è più in grado di esercitare pienamente alcune delle sue funzioni essenziali.
Tuttavia, ciò che è in gioco qui non è una semplice questione tecnica di politica commerciale.
Si tratta di capire se le relazioni tra gli Stati continueranno a essere rette da regole comuni o se dipenderanno sempre di più dal peso e dalla potenza di ognuno di essi.
Per la Svizzera, questa domanda è fondamentale.
Perché il mio Paese è un’economia aperta che dispone di poche materie prime. Gran parte della sua prosperità dipende dunque dagli scambi, ma anche dalla stabilità e dalla prevedibilità delle regole che li rendono possibili.
La resilienza economica esige di diversificare le relazioni, creare nuovi partenariati e mantenere il più aperti possibile gli scambi tra le diverse regioni del mondo.
Questo è particolarmente importante per le economie che dispongono di minori risorse o di possibilità limitate di accesso ai mercati.
L’accesso ai mercati, alle conoscenze e alle tecnologie crea possibilità che altrimenti non esisterebbero.
Dietro queste nozioni astratte ci sono realtà molto concrete:
Un’impresa che può assumere un apprendista.
Una famiglia che può avere un reddito più sicuro.
Un produttore che può commerciare oltre i limiti del suo mercato locale.
Giovani davanti ai quali si apre all’improvviso un nuovo orizzonte di possibilità.
È anche di questo che parliamo quando diciamo economia mondiale.
La fiducia si costruisce quando le regole offrono a ognuno una reale possibilità di partecipare. E quando gli Stati continuano a parlarsi.
La Svizzera è neutrale. Questa neutralità va di pari passo con un costante impegno nei confronti dello Statuto delle Nazioni Unite, del diritto internazionale e dei tre pilastri dell’Organizzazione: pace e sicurezza, diritti umani e sviluppo sostenibile.
L’esperienza ci ha inoltre insegnato che il dialogo non è un segno di debolezza.
Dialogare non significa né cancellare i motivi di disaccordo né rinunciare ai propri principi.
Dialogare significa mantenere i contatti quando le posizioni cominciano a divergere.
Un ponte non chiede alle due rive di diventare simili. Permette semplicemente di passare dall’una all’altra. Nei periodi di tensione questa possibilità diventa spesso essenziale.
Il dialogo è uno strumento di de-escalation quando le crisi sono in atto. Ma può soprattutto essere un mezzo di prevenzione prima che scoppino.
È con questo spirito che la Svizzera continuerà a offrire i propri buoni uffici e a mettere a disposizione spazi in cui coloro che non si parlano più possano, quando le circostanze lo consentono, ricominciare a farlo.
Ginevra è uno di questi spazi.
Ospita le Nazioni Unite, l’OMC e numerose organizzazioni internazionali, ma anche rappresentanti del mondo scientifico e umanitario oltre che della società civile, e le missioni di quasi tutti gli Stati del mondo.
Ogni giorno, persone provenienti da contesti diversi e che rappresentano interessi talvolta contrastanti si incontrano lì. Non è necessario che siano d’accordo per potersi confrontare.
Ed è proprio questa caratteristica a conferire valore a un luogo come quello.
La Svizzera continuerà quindi, in qualità di Stato ospite, a garantire che Ginevra rimanga aperta, accessibile e inclusiva, sia per i grandi Stati che per quelli piccoli, sia per il Nord che per il Sud.
Ma l’inclusione non consiste solo nell’avere un posto intorno a un tavolo.
Significa anche poter contribuire concretamente alle decisioni che avranno un impatto sul proprio futuro.
Questo vale per la cooperazione internazionale.
Ogni società deve poter plasmare il proprio futuro in base alla propria storia, alle proprie esigenze e alle proprie priorità. La cooperazione non ha lo scopo di imporre i propri valori o un modello unico. È utile quando crea partenariati, facilita la condivisione delle competenze e rafforza la capacità di ciascuno di agire in modo autonomo.
Non si tratta di fare qualcosa per gli altri, ma di farla con loro.
Questa esigenza assume particolare rilevanza alla luce delle rivoluzioni tecnologiche in corso.
L’intelligenza artificiale ne è l’esempio più evidente.
Apre prospettive considerevoli nei campi della scienza, dell’economia, della medicina, dell’istruzione e della gestione delle risorse, ma fa anche emergere il rischio di un nuovo divario tra chi dispone delle competenze e delle infrastrutture necessarie per partecipare a questa trasformazione e chi rischia di subirne solo gli effetti.
Dobbiamo vigilare affinché il progresso tecnologico crei nuove possibilità senza aumentare le disparità.
Ciò significa che il maggior numero possibile di Paesi e società deve poter beneficiare dei progressi dell’intelligenza artificiale, sviluppare le proprie competenze e partecipare alla riflessione sulle regole che ne disciplineranno lo sviluppo e l’utilizzo.
È proprio questa l’ambizione del Geneva AI Summit, che si terrà il 21 e il 22 giugno 2027 all’insegna del motto «Bridging Innovation and Trust»: creare un legame fra innovazione e fiducia.
Queste due nozioni devono procedere di pari passo.
Un’innovazione in cui le società non ripongono più alcuna fiducia rischia di suscitare rigetto.
Ma regole che dovessero ostacolare qualsiasi innovazione ci priverebbero di un potenziale enorme.
È nostra responsabilità, dunque, cercare un equilibrio: permettere il progresso, facilitare la diffusione dei suoi benefici, creando contemporaneamente le condizioni per uno sviluppo e un uso affidabile e responsabile di queste tecnologie.
L’intelligenza artificiale ci ricorda così qualcosa di ovvio: alcune trasformazioni sono già così profonde e rapide che nessuno Stato, da solo, può controllarne tutte le conseguenze.
Abbiamo bisogno di istituzioni che siano in grado di affrontare ciò che va oltre i confini.
Abbiamo bisogno del multilateralismo.
Ma il multilateralismo potrà conservare la propria credibilità solo se saprà evolvere.
La Svizzera sostiene quindi gli sforzi di riforma del sistema delle Nazioni Unite nell’ambito dell’iniziativa UN80. Questa riforma punta a rendere l’Organizzazione più coerente, più efficace e maggiormente orientata ai risultati, nel rispetto delle competenze e delle responsabilità degli Stati membri.
L’ONU deve concentrare i propri sforzi sugli ambiti in cui la sua azione apporta un reale valore aggiunto: quando i problemi superano i confini, quando le capacità nazionali o regionali non sono sufficienti, o quando è necessaria un’istituzione universale per offrire un quadro comune.
La questione essenziale è dunque semplice. Come fare in modo che le risorse, le competenze e l’energia investite nel sistema multilaterale producano maggiori risultati per le persone che esso è chiamato a servire?
Perché le nostre istituzioni non esistono per sé stesse.
Esistono per i popoli.
Per chi vive nel timore di un conflitto.
Per chi ha perduto la propria casa a causa di una catastrofe.
Per chi cerca un lavoro o vuole costruire il proprio futuro.
Per le bambine e i bambini la cui vita dipende dall’accesso all’istruzione e alle nuove possibilità che oggi stiamo costruendo.
È su questa scala che si misura, in definitiva, il valore del multilateralismo.
Signore e Signori,
noi non faremo scomparire le differenze di interessi tra i nostri Paesi.
Non cancelleremo i disaccordi, le rivalità, i confini.
E non elimineremo tutte le montagne che si ergono tra noi.
Ma possiamo decidere in che modo vogliamo affrontare tutto ciò.
Preservare uno spazio di scambio aperto anziché moltiplicare le barriere.
Continuare a dialogare anziché rassegnarci al silenzio.
Fare sì che i progressi tecnologici creino maggiori opportunità anziché nuove fratture.
E riformare le nostre istituzioni anziché accettare il loro lento indebolimento.
La Svizzera continuerà a dare il proprio contributo, con i mezzi a sua disposizione: difendendo il diritto internazionale, favorendo gli scambi, offrendo i propri buoni uffici, sostenendo istituzioni multilaterali efficaci e rimanendo un Paese in cui il mondo possa continuare a incontrarsi e a dialogare.
Non pretendiamo di avere tutte le risposte.
Ma la nostra esperienza alpina ci ha insegnato una cosa semplice: una montagna può separare, ma può anche essere superata.
Il passaggio rende possibile l’incontro.
L’incontro favorisce il dialogo.
Il dialogo stimola la fiducia.
È qui forse che inizia la nostra responsabilità comune: mantenere aperti i passaggi che ci consentono, nonostante le differenze, di continuare ad andare avanti mano nella mano.
Grazie dell’attenzione.
